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Sale, sale, e fa male

Posted by on December 7, 2012 in In evidenza, Più che altro storie | 0 comments

Sale, sale, e fa male

Tre anni fa avevo la pressione di un sessantenne. Un giorno, in ufficio, ho sentito esplodermi la testa e i pensieri cercare di farsi largo in una scatola d’ovatta. Ho guardato la faccia della collega che spuntava sopra lo schermo del computer di fronte e le ho detto: veh, forse non sto mica tanto bene. E sono andato dal dottore.

Io son fatto che coi dottori mi viene sempre in mente quello che diceva un russo, adesso non ricordo chi fosse, Tolstoj o Dostoevskij o Gogol’, o chissà chi, e cioè che non s’è mai sentito di un medico che abbia salvato la vita di un paziente, e che i pazienti dei medici, se uno ci fa caso, son tutti morti. Come contromisura, di solito mando a memoria un passo di Guerra e pace, quello dove c’è Pierre Bezuchov – o Besukov, com’era scritto nell’edizione degli anni ’90 distribuita da Famiglia Cristiana che ho letto io – che, tornato dalla prigionia, non sta mica tanto bene, e i dottori gli dicono che ha un attacco di febbre biliosa, ma l’autore non si fa fregare dai suoi personaggi e scrive che “quantunque i medici lo curassero, gli cavassero il sangue e gli facessero inghiottire delle medicine, ciò malgrado, guarì”. E un po’ mi tranquillizzo. Son fatto così.

Comunque, sono andato dal dottore e lui mi ha provato la pressione.

Hai la pressione di un sessantenne, mi ha detto.
Eh, gli ho risposto, dimmi che cosa dovrei fare.
Lui mi ha detto che come prima cosa avrei dovuto eliminare il sale, i salumi, i formaggi, la birra, il vino e tutte le cose buone della vita dalla mia dieta – l’ha chiamata proprio “dieta” – per almeno due o tre settimane, e intanto avrei dovuto compilare una tabellina con i valori di pressione misurati a metà mattina e a metà pomeriggio, tutti i giorni.
E così ho fatto. Sono anche fortunato che, lavorando in un’azienda che fa macchine per la dialisi, che su un lato hanno attaccato un robino chiamato BPM per misurare la pressione, due volte al giorno scendevo in linea di collaudo, chiedevo a un operatore se avesse voglia di un caffè, gli davo la mia chiavetta e mentre lui era via io mi attaccavo al BPM, mi provavo la pressione, tiravo fuori la biro e segnavo il dato sulla tabellina.

Dopo due o tre settimane di ristrettezze alimentari, son tornato dal dottore coi compiti fatti. Lui li ha guardati, ci ha pensato un po’, si è grattato la barba, mi ha riprovato due o tre volte la pressione e poi mi ha chiesto se per caso in famiglia avessi dei casi documentati di ipertensione.
Nella mia famiglia son tutti ipertesi, gli ho risposto, a parte mio padre che ha barattato l’ipertensione con la tiroide.
Mi ha guardato ancora pensieroso, il dottore, si è grattato la barba e ha sentenziato secco: allora niente, hai la pressione alta, è una cosa genetica e crescerà inevitabilmente nel tempo; per adesso ti consiglio di mangiar sano e senza sale, poi, prima o poi, dovrai prendere dei medicinali. Ma vogliamo fare in modo di prenderli il più tardi possibile, non sei d’accordo?
D’accordissimo.

Mi raccomando: dieta iposodica, mi ha detto.
Iposodicissima, gli ho risposto.
E sono andato via.

Così, da quel giorno, ho eliminato il sale dappertutto. E, dato che son fatto che quando mi metto in testa una cosa io poi la estremizzo, subito la mia dieta iposodica era la dieta di un talebano del fronte anti-sale: non lo mettevo nemmeno nell’acqua della pasta, per dire.

Diobono che fregatura, è stato il primo pensiero che mi è venuto all’inizio della dieta iposodica. Tutto senza sapore. Una vita priva di sfizio. Il regno dell’insipido, dello sciapo, del nulla, e così per tutta la vita. La carne non sa di niente, l’insalata non sa di niente, le patate non san di niente. Che vita di merda.

E invece.

E invece pian piano ho sentito che i sapori mi si stavano dischiudendo tra le fauci, che subito non me ne accorgevo, ma davvero stavo sentendo il sapore dei cibi, che prima, ho capito, tutto quello che mangiavo sapeva di sale. E la carne di mucca ha iniziato a sapere di carne di mucca, il pollo di pollo, il maiale di maiale, e così via. Tranne il cavallo, il cavallo no, che non mangio cavalli perché coi cavalli ho un rapporto tale che mi sembrerebbe di mangiare un cane o un gatto, ma è un problema mio.

Adesso, che son passati tre anni, e che da qualche tempo non sono più un talebano, e ogni tanto mangio anche il prosciutto e i formaggi, e anche i ciccioli, delle volte, ma sempre con un occhio di riguardo, adesso, per esempio, non riesco più a mangiare le patatine nel sacchetto, che mi sembra di mettere in bocca delle manciate di sale; e quando sono al ristorante, se mi servono una bistecca condita con qualcosa di salato, mi sembra che mi stiano prendendo per il culo, ché la carne è buona, ma ho capito che è più buona quando sa di carne.
La mia signora, che con la pressione sta benissimo, e anzi, ce l’ha un pochino bassa, pian piano s’è abituata a mangiare come me, anche se ogni tanto tira fuori il tubetto della maionese o mette un po’ di concia bolognese sulla sua braciola, ma solo sulla sua.
Io, intanto, ho iniziato a provarmi la pressione sempre meno spesso, fino a smettere del tutto, un po’ perché sono un pigro di quelli cronici, e un po’ perché non voglio che diventi un’ossessione. E ho imparato a riconoscere i picchi di pressione quando arrivano dalle sensazioni che mi danno in testa, quando sento il cervello che, nella scatola cranica, sembra starci stretto.

E vi ho raccontato questa storia non tanto per bullarmi del fatto che mangio meglio di voi, ci mancherebbe, ma perché, dopo un anno e più che non mi misuravo la pressione, ieri, per motivi lavorativi, son dovuto andare a fare una visita medica.

Hai la pressione di un venticinquenne, mi ha detto il dottore.

Io l’ho guardato, ho fatto un sorriso molle, di quelli sinceri, mi son grattato un po’ la barba, ho annuito dolcemente e, a trentatré anni, quasi trentaquattro, l’unico commento che mi son sentito di sussurrare è stato: FUCKYEAH, CAZZO!

Un ragazzo simpatico, uno di quelli con le camicie a quadri, un figo della madonna, insomma (ndr.)

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