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O nero, nero

Posted by on November 27, 2012 in In evidenza, Più che altro storie | 0 comments

O nero, nero

Il primo furto da me compiuto
è stato quélo de la signora,
col pugnale ne la gola
quanti schèi che ghe g’ho ciavà!

Sinquesento marenghi d’oro
mescolati con altri d’arsento
e si misero a cuor contento
a l’ostarìa a magnar e a ber.

Quando suona la mesanote
una patuglia di polissia
circondavano l’ostarìa,
a Santamaria i me g’ha portà.

Chi mi ha tradito era un mio amico
che di nome si chiamava Nero;
io lo credevo un amico sincero
e invece el m’ha rovinà.

O Nero Nero, dove tu sei,
inganatore de la vita mia?
fosti tu la mala spia
che in galera m’ha fato ‘ndar

“O nero, nero” per me è la canzone di una amicizia.
A cantarla siamo un gruppetto di amici, lo facciamo da anni, con voce di tenore o in falsetto, ci facciamo anche la versione inglese inventata, tanto per ridere.
Io questa canzone la chiamo con questo nome qui, poi cercando le parole esatte mi è venuto fuori anche un altro titolo “Il primo furto da me compiuto”, ma secondo me “O nero, nero” è meglio, e io uso quello.
E bon.
Cosa c’entra con quello che devo dire?
Poco o forse tanto.
“O nero, nero” se la senti cantata da me e i miei amici, che è una vita che la cantiamo assieme, è una canzone allegra.
Ci si ride sopra, ci si inciampa, si sforza l’ugola, ma ci si mette impeto.
La si canta con tanto impegno.

Mette allegria come andare a pescare le seppie.
Io ci sono andata, da ragazzina, che avevo la laguna poco distante da casa e mio padre si era gettato nell’impresa di costruire una barca dietro casa, un simil topo (a Venezia ci sono un sacco di tipi diversi di barche e uno si chiama così, lo giuro), pesante e tutto di legno piegato col fuoco e quando cominciò a usarla uscendo dal canale di Campalto per andare in laguna a pescare , qualche volta ci portò anche me.
E tante volte andammo a pescare le vongole e una volta, quella volta, uscimmo e andammo a pescare le seppie.
Io ero tutta emozionata che le seppie, io, mai le avevo pescate.
Avevamo sentito dire che le seppie più belle si pescavano al Lido, verso Malamocco e lì andammo con la barca e il motore che tirava,bello pimpante, passando sotto il ponte della Libertà, proprio sotto, attenti ad evitare le secche. Costeggiamo il canale caldo dei Petroli, con sulla destra le ciminiere di Porto Marghera e io ero estasiata che noi si andava veloci e i pesci ci volavano attorno, saltavano fuori dall’acqua e pareva che volavano.
Io non avevo mai visto i pesci volare.
Arrivati al Lido cominciò lo spasso. Buttammo l’ancora e via.
Un filo di nylon con un amo e una esca lanciati in acqua e poi l’attesa, muovendo dall’alto in basso, con la mano, il filo.
E quando sentivo tirare piano, dovevo tirare verso di me quel filo di nylon, ma dovevo farlo piano che la seppia è tutt’altro che scema.
Tiravo piano finché non la vedevo comparire a pelo d’acqua, attaccata all’amo, e allora o io o mio padre dovevamo stare pronti con il retino per prenderla.

E lei, la seppia, arrivava a pelo d’acqua e spruzzava fiotti di nero. Che colpivano con precisione millimetrica.
Faccia, gambe, vestiti. I vestiti… Un bel completino bianco, maglietta e pantaloncini, che ok andare a pescare ma ero pur sempre ragazzina e vai in barca e vuoi non vestirti di bianco?
E ogni tirata era una spruzzata e una risata, che a fine giornata di pesca ero vestita di bianco a spruzzi neri e me ne fregava niente.
Che c’ero io, mio padre, il topo e l’acqua, che col riverbero del sole, quasi scotta e la seppia, furba, che macchia.
Quel giorno siamo tornati a casa, con un secchio pieno di seppie bianche sporcate di nero e noi precisi a loro, bianchi, sporchi di nero.
Non erano tante, le seppie, in verità, ma per me erano tantissime.
Io quel giorno lo ricordo come un vero spasso: ero bianca macchiata di nero, avevo sfidato le seppie furbe, avevo visto i pesci volare e le pantegane nuotare nei canali interni, in barena, col pelo che sembrava sempre asciutto e loro stavano in acqua.
Eravamo in mezzo a tutto quel salso, che quell’odore ancora oggi mi inebria che è come se fosse l’odore mio.
Ciascuno ce l’ha, l’odore suo.
Io c’avevo l’odore di salso e di nero di seppia.

Adesso, che il topo da tanti anni non c’è più, ogni volta che ho davanti a me un piatto fumante di seppie in nero, con la polenta (bianco perla è il massimo ma non disdegno manco quella gialla, saporita) io penso agli spruzzi di nero e mi viene da ridere.
Come quando canto quella canzone lì.

Giornalista e contastorie, veneziana di terraferma, di nome fa Mitia ma è femmina e ama anche cucinare e pastrocchiare in cucina. Ha scritto anche un libro "Ottanta lettere" che non è fatto di carta ma è pieno di storie. Gestisce alcuni blog tra cui lestoriedimitia.it dove raccoglie i suoi racconti e il collettivovoci (collettivovoci.tumblr.com) che è un esperimento di lettura creativa aperto a tutti.

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