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Giù al Nord

Posted by on December 11, 2012 in In evidenza, Più che altro storie | 1 comment

Giù al Nord

Penso che cucinare con qualcuno sia una cosa molto complice.
Sono davvero poche le cose che mi fanno sentire a mio agio in cucina con un’altra persone ma, a mio parere, fondamentali:
1) di qualsiasi ricetta si tratti, un’angel cake a sei piani o una pasta con il sugo al pomodoro e basilico, la si deve preparare senza parlare troppo.
2) Ogni movimento: impastare, versare, stendere e tagliare, deve essere fatto lasciando all’altro la libertà di muoversi senza incasinare i piani di lavoro.
3) Deve esserci intimità. Io non cucino con la prima persona che mi ritrovo in cucina per lo stesso motivo per il quale non faccio l’amore con il primo uomo che mi capita in casa. Se non c’è intimità, ordiniamo una pizza.

Ieri mi sono invitata a casa di mia madre e si sa che non tutte le mamme sono come quelle del Mulino Bianco che ti stirano le cose, ti danno le polpette da mettere nel frigo, ti dicono o ma come sei dimagrita, o ma che bella la mia bambina, o ma amore mio vieni a mangiare domenica a pranzo. No, davvero. Mia madre non è mai stata così.
Abbiamo sempre avuto un pessimo rapporto fatto di botte, pianti, parole non dette e quelle dette erano urlate talmente forte che colpivano più duro di un badile in pieno viso.
Poi sono passati gli anni, la distanza, i dolori, un paio di cose felici e ci siamo ritrovate come se ci stessimo regalando la possibilità di capire davvero che donne siamo diventate.

Questo è un dolce calabrese che preparava per Natale sua mamma, una donna complessa che dopo essersi trasferita da Cerva a Lecco, ha cresciuto sei figli facendo la cuoca. Poi, le cuoche calabresi, nemmeno ve lo sto a spiegare come condiscono il cibo: presumo che l’olio ed il peperoncino andassero di pari passo con l’aumentare della difficoltà di gestire una famiglia che non aveva da tempo più un capofamiglia.

Insomma, mi è venuta l’idea di riprovare a fare questo fiore di noci, uvette e miele con mia madre e così ci siamo messe all’opera:
500 gr. di farina 00250 ml. di olio di mais, 100 ml. di succo di arancia, una manciatina di cannella.
Mentre mia madre lavorava la pasta con una gamba sulla sedia, ovviamente in rigoroso silenzio, pensavo che era strano e allo stesso tempo così semplice stare a guardarla che non mi pareva nemmeno vero. Non lo so se il tempo guarisca davvero le ferite o semplicemente ti faccia dimenticare il dolore della botta ma eravamo lì, e credo che nient’altro contasse in quel momento.
Lei ha steso la pasta e l’ha tagliata a strisce larghe 5cm, io ho spolverizzato sopra dello zucchero e messo un composto di noci e uvette precedentemente ammorbidite. Ho piegato in due queste strisce che mi si rompevano fra le mani, “cristonando” mentalmente ché altrimenti mi avrebbe detto: “E’ questo il modo di parlare, Alessandra” e le ho arrotolate come se fossero delle piccole girelle. Le ho legate con un filo blu per tenerle insieme, infornate a 180° per 25 minuti e una volta cotte, glassate con del miele.

Non sono venute come quelle di mia nonna, del resto decenni di cucina calabrese non si possono ricreare in un pomeriggio di dicembre, ma per me avevano un sapore di condivisione e affetto che non avrei scambiato nemmeno con una cena da Auguste Gusteau.

Ho un cuore di burro che ogni tanto metto in frezeer per dargli un tono. Corro la mattina per andare in ufficio, al supermercato per non fare la coda, in libreria per evitare l'orario di chiusura e sul lago per perdere chili. Poi torno a casa e corro in cucina.

1 Comment

  1. sembra una piccola pitta ‘mpigliata…

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