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Bestemmie al pesto di pistacchi, mandorle e pinoli

Posted by on October 21, 2012 in In evidenza, Più che altro storie | 9 comments

Bestemmie al pesto di pistacchi, mandorle e pinoli

Io finalmente ho capito per quale ragione i pistacchi li chiamano «l’oro di Sicilia». Perché, è evidente, fuori dalla Sicilia hanno la stessa quotazione dei metalli preziosi, li vendono dopo averli pesati coi carati, te li porgono come fossero una cosa rara. A Catania, invece, te li tirano dietro come i gatti le gattare. Tu cammini per la strada e, trac!, arriva qualcuno che fa la granita al pistacchio, gli arancini al pistacchio, la farina di pistacchi, ponti di pistacchi che neanche i ponti di pilu di cui il buon Antonio Albanese tanto spesso ha decantato le lodi.

Dacché passo il mio tempo in quella grigia e triste cittadina ch’è Milano, di pistacchi, veri pistacchi – pistacchi di Bronte, signorimiei – non ho visto l’ombra, né ne ho sentito il caratteristico profumo. Ma, poiché sono donna sicula, legata alle proprie radici e altresì piena di tempo libero, ho deciso che sarei andata alla ricerca del prelibato frutto. E ne avrei fatto il più nobile dei condimenti per la pasta: il pesto. Ma doveva essere un pesto buono, un pesto al profumo di Sicilia. E quindi ci avrei messo dentro anche le mandorle (facili da reperire) e i pinoli (che, ho scoperto, costano quanto lo zafferano, mannaggia a loro).

Una mattina sono uscita di casa piena di belle speranze. «Se il pistacchio non va da LaCapa, LaCapa va dal pistacchio», mi sono detta. E sono andata al supermercato. Vagavo tra gli scaffali in cerca di una busta da almeno 300 grammi, qualcosa che non mi costringesse a darmi alla cucina molecolare – così chiamata perché nel piatto ci vedi giusto qualche atomo di cibo. Ma il primo dei supermarket che ho visitato dei pistacchi non aveva neanche mai sentito l’odore. Allora mi sono diretta da un’altra parte. Lì i pistacchi c’erano. Imbustati, tostati e salati, insieme agli arachidi. Ho chiesto al commesso poco distante: «Mi scusi, non è che per caso avete dei pistacchi normali?». Mi ha guardata come se fossi scema. M’è venuto il dubbio di non essermi spiegata bene, e quindi ho ricominciato: «Sì, insomma, dei pistacchi non tostati e non salati. Normali». Dalle mie parti si dice «schitti e amari», ma non spero che siate in molti a cogliere la finezza del dialetto catanese. A ogni modo, il commesso ha perseverato nella sua espressione intelligente: «Sì, guarda, abbiamo questi». E ha preso una confezione di pistacchi e arachidi, tostati e salati. «No, dico: senza arachidi, senza sale e senza che siano stati tostati». «Questi non vanno bene?», ha replicato lui. Ho scrollato le spalle, e sono uscita, mesta.

Il terzo supermercato era il più grande di tutti. Ma, ahimé, pare che i milanesi i pistacchi li comprino solo in gioielleria. Così in gioielleria sono andata. Laddove per gioielleria intendo un negozio bio, equo e solidale, che non fa male a una mosca, ci trovi le stesse cose che trovi al supermercato però costano il triplo e accanto c’è scritto «green», oppure «km 0», o anche «per fabbricare questa farina non è stato fatto del male a nessuna spiga di grano». Lì il pistacchio c’era. In pratiche confezioni da 150 grammi al prezzo di favore di un rene l’una. Sono uscita vittoriosa, però bisognosa di dialisi.

Quando ho rimesso piede a casa, ero esausta. Ma soddisfatta. Finalmente avrei potuto preparare il mio pesto di pistacchi. Non avevo considerato, tuttavia, che i pistacchi vanno aperti e sbucciati. Voi sapete quanti sono 300 grammi di pistacchi? Avete idea di quanti chicchi io abbia dovuto pelare singolarmente? Che poi, mica la pellicina viola che c’è sopra ogni chicco va via così, in un attimo. Il trucco per far sì che si tolga è far sbollentare un attimo i pistacchi in acqua non salata. Quindi, quando li scoli, hai questa allegra massa verdina e bollente, da maneggiare con delicatezza (perché sennò si sfracellano) con le punte delle tue ditina sante. Ditina che in cinque minuti sono già tutte spellate, solo che di pistacchi ne hai ancora puliti due e ne hai da fare altri dodici milioni.

Per fare un lavoro per bene ci vogliono ore. Quando ho finito, ero al terzo calendario completo di bestemmie. Avevo tirato giù tutti i santi del cattolicesimo tante volte quanto il buon Pietro ha rinnegato di conoscere Gesù Cristo prima che il gallo cantasse l’alba. Il più era fatto – con buona pace dei beati, che stavo già per chiamare in causa – serviva solo aggiungere le mandorle, i pinoli e pestare. Fate un piacere a voi stessi: le mandorle compratele già pelate. No, perché io avevo quelle con la buccia e ci ho dovuto fare lo stesso procedimento che coi pistacchi. Non lo auguro nemmeno al più fascista dei miei nemici.

Adesso i cultori del pesto inorridiranno: il «pesto» si chiama «pesto» perché è pestato. Col mortaio, di marmo magari. Ma io il mortaio non ce l’ho e di tempo ne avevo perso già abbastanza. Quindi sono andata di frullatore. Ho buttato tutto dentro, ho aggiunto sale, pepe, parmigiano grattuggiato (parecchio) e una quantità industriale di olio extravergine d’oliva (quello buono). Ottenuta una consistenza piuttosto densa (non quella del pesto di basilico, una cosa più sostanziosa), ho ficcato tutto in un barattolino, poi ho ricoperto d’olio d’oliva (così si conserva meglio), infine l’ho piazzato in frigo, ringraziando il signore iddio perché finalmente avevo finito.

Poi non ho resistito e quella sera ho messo una noce di burro in una padella messa a riscaldare a fuoco lento, ci ho aggiunto un bel po’ del mio sfolgorante pesto di pistacchi, mandorle e pinoli e ho innaffiato il tutto con una confezione di panna da cucina. Ho tagliato un po’ di pomodori datterini e li ho lanciati dentro. Ho lasciato che la panna e il pesto si integrassero alla perfezione e che i pomodorini appassissero un pochino. Nel frattempo avevo fatto bollire l’acqua e avevo deciso che avrei fatto delle farfalle. A cottura ultimata ho messo tutto insieme, ho spolverato di abbondante parmigiano reggiano e ho assaggiato. Subito dopo ho detto una parolaccia. Per la precisione: «Minchia se è buono».

[Foto dei pistacchi di payhere; foto delle mandorle di ci_polla; foto dei pomodori di Pachino di sunshinecity]

L'idea è che sono una giornalista che si occupa di cronaca. La pratica è un pochino diversa. Quindi faccio cose, vedo gente, scrivo su internet, gioco coi social media e, nel frattempo, tento l'impresa disperata di laurearmi entro questo secolo.

9 Comments

  1. urca, grazie. Tutto ok fino alla panna da cucina. Perché? latte o panna fresca non è meglio?

    • Sì, indubbiamente un po’ di latte o la panna fresca sarebbero stati meglio. Ma in casa avevo solo la panna da cucina e un altro viaggio al supermercato avrebbe distrutto il mio fisico già provato.

  2. Io avrei lasciato senza ché la panna ammazza il sapore del pistacchio.

    • Ma sai che non sono convinta che lo ammazzi poi così tanto? La consistenza della panna aiuta a legare la pasta (la meraviglia della pasta ben impregnata di condimento in ogni dove), il colore del pesto ne esce più chiaro, ma è comunque piacevole da vedere (per capirci, non somiglia a un omogeneizzato alla pera), e il sapore del pistacchio rimane dominante (anche perché la quantità di pesto è molto superiore alla quantità di panna).

      • (Ma guarda tu, quasiquasi sembriamo due persone serie)

        • (Ma noi siamo persone serie!) Ti concedo il beneficio del fatto che, quando il piatto l’ho proposto io, non avessi a disposizione pistacchi di Bronte ma semplici pistacchi no-brand, magari meno gustosi.

  3. Quando ho provato questo sugo a casa di un’amica, lei ci aveva infilato anche della pancetta a dadini croccante. E la panna. E altri pistacchi sopra come fossero parmigiano.
    (ma non c’erano le bestemmie, per questo era un po’ meh).

  4. Potevi evitare la panna e fare una base di besciamella casalinga,con farina di mandorle,latte e burro. Qui ho imparato a sostituire i pinoli d’oro,del pesto classico, con le mandorle,che ho sempre prontamente a disposizione perchè padre e madre me ne spediscono quintali,o con le noci. Visto che ho una busta enorme di pistacchi da sgusciare,se vieni qui e sei cosi volenterosa,facciamo il TUO pesto e, un barattolino tu, uno io… Facciamo un kg di fusilli e ci vediamo.

  5. Boh, basta. Sei un genio. Se lo Zerocalcare della cucina, la parte perversa e divertente di Gualtiero Marchesi, il cacao sui tortelli di Giovanni Rana. E niente, ho deciso che da oggi ti seguirò assiduamente.

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